Testi Critici


CRONOLOGIA DI TESTI CRITICI

Andreotti Angelo, Avogaro Carlo, Benincasa Carmine, Bernardi Valerio, Bonaro Flavio, Bovi Arturo, Cagli Corrado, De Micheli Mario, Del Moro Daniela, Grazia Marco, Lozzo Mario, Mannucci Dino, Maranta Enrico Maria, Mazzotta,Francesco, Micacchi Dario, Morini Giampaolo, Nocilla Alessandra, Paglioriti Piero, Patruno Franco, Pazzi Roberto, Ricci Mariangela, Rossi Roìss Enzo, Simoncini Adriano, Solmi Franco, Villa Emilio, Zitelli Nicola, Zucchini Gian Luigi

2013
Presentazione di Paolo per la mostra di Argenta - ottobre 2013 -
Artista di talento naturale e qualcos'altro di professione, è nato a Roma, allievo di Corrado Cagli fino al 1976 ha esposto per la prima volta a venti anni.
Ho visto le foto dei quadri che Paolo presenterà in questa mostra e ne sono veramente colpito.
La creatività di Paolo si sviluppa lungo due coordinate: l'estetica dei figurativi rinascimentali e dei metafisici del Novecento.
Dai pittori rinascimentali ha carpito la concezione materica delle figure e le suggestioni prospettiche; dai metafisici del Novecento i significati inquietanti dei volti e la sensazione di mistero che da essi traspare.
Nello spazio come forma geometrica, nella corporeità e la volumetria, nell’imponenza, riecheggiano i grandi artisti rinascimentali.
Prospettiva, proporzione, armonia dei colori: Paolo, nel rispetto delle regole estetiche, non devia dalla tradizione.
Il risultato della sua pittura è, quindi, un'arte chiara e leggibile che trasmette valori di bellezza e di moralità.
Paolo, si pone di fronte all'altro con sensibilità attenta e con l'ansia di svelarne l'anima, lo studio delle forme estetiche e il realismo nel raffigurare, seppure letto attraverso il suo occhio di artista, sono in fondo una forma di rispetto verso la natura dell'anima.
Paolo è un ritrattista di anime così come egli le intuisce attraverso le fisionomie, i tratti dei volti, i lampi degli sguardi, i segni impercettibili quali possono essere le pieghe delle labbra e i piccoli solchi tracciati dal tempo; dallo studio del volto, Paolo ne intuisce la spiritualità dell'anima che da esso traspare.
La realtà s'incontra con la metafisica e le figure e i volti, ritratti con scrupolosa precisione, si caricano di tensione mistica e arcana.
La pittura di Paolo è, infatti, materia e spirito, cuore e intelletto, realismo e mistica; ed è, credo, la doppia vocazione di quest'arte a suscitare, in chi guarda le tele, una vaga inquietudine e una sensazione strana di attesa, come se da un momento all'altro dalla tela dovesse manifestarsi un evento: questo il sentimento indefinito che le tele realiste e metafisiche insieme sanno suggerire alla mente e al cuore di chi le osserva.
Nel ritrarre le persone, Paolo mette in luce la sostanza di ciò che è ritratto e la qualità dell'anima dei personaggi che si svelano direttamente attraverso gli occhi perché per lui l’arte è rivelazione di verità interiori.
( con affetto )
FRANCESCO MAZZOTTA

2005
(prefazione della ricerca letteraria per il libro “ femmes”)
“ Dopo “Acque” volevo continuare con Fuoco Aria e Terra. Volevo rappresentare, attraverso diverse intensità di volti e sguardi, i quattro elementi, sulle tracce del solco rinascimentale, E invece sono arrivate ”Femmes ”
Così Paolo mi ha raccontatola nascita di “ femmes”. Il suo intento era quello di ispirarsi alle rappresentazioni rinascimentali dei quattro elementi,che sin dall'antichità,rispondevano all'esigenza umana di ricondurre la struttura complessa e apparentemente irrazionale del cosmo ad un sistema semplificato.
Ispirato dalla medesima esigenza, dopo la collezione Acque, Paolo voleva continuare a rendere il complesso mondo del femminile,con lo stesso sforzo tetraedrico rinascimentale di armonie e simmetrie.
Eppure qualcosa è sfuggito a quella esigenza di ordine e semplificazione. E così sono nate femmes.
Le Femmine, le amanti,le madri, le figlie, le Donne rappresentate da Paolo, hanno scartato il percorso segnato, che le voleva costrette in una rappresentazione canonica, ancorché poetica, e sono fuggite via da quel controllo. Sono venute fuori dal mondo oscuro di Paolo,fatalmente dalla sua arte. Sbucate fuori dalla sua ombra. Dal nero come nel frottage.
Il frottage che Paolo Medici ha appreso dal maestro Corrado Cagli di cui è erede,è una singolare tecnica che con pastelli a cera strofinati su fogli di carta fa emergere il colore, inaspettatamente.
L'arte credo sia questa cosa qui. Qualcosa che non ti aspetti, neanche da te stesso, e che ti apre ad una emozione.
Forte, dirompente, inaspettata.
Come quella che si prova ad essere davanti ad una qualsiasi delle “ femmes “ ritratte da Paolo.
Sono donne complesse, ti osservano, ti scrutano, non parlano. E rivelano sempre, oltre l'apparenza di donne belle e quasi classicamente rinascimentali, una complessità che attrae e spaventa. Un' arte moderna, insomma, che si apre a più letture,densa di substrati nascosti. Talvolta torbidi, talvolta incantati: Comunque magnetici.
Donne che non parlano,dunque. Ma attente. Odile, Francine, Cornelie, Veronique, Flore ....... sono ferme. Ti ascoltano, ti scrutano. Dietro di loro il nero.
Un'oscurità fitta, un passato di passioni,un futuro incognito, amori e mondi nascosti. E loro, l', immobili, fotografate in un istante unico della loro esistenza,centrali nel quadro, rivelano luci e ombre soltanto dal loro volto, dalla loro figura.
Le guardi e lasciano che tu possa immaginare solo un pezzo della loro storia appassionata. Poco è concesso, il resto è mistero. Ed è così che, forzando il tempo e lo spazio, ogni viso,ogni sguardo, ogni movimento del corpo,ogni donna, è stata associata ad una lettera, di cui in questo testo, viene riportato uno stralcio.
Sono lettere che vengono dal passato, dai fogli scritti di passioni vere, ardenti e antiche.Dalla storia.
Nella letteratura. Lettere d'amore, scritte da grandi uomini della storia o della letteratura alle loro rispettive amanti, mogli, amate.
Lettere cariche di desiderio, di dolore, di sofferenza, di speranza e, talvolta, di rabbia. Ma tutte e comunque,di Amore. Quello con la A maiuscola. Quello che in ogni tempo e in ogni luogo muove l'animo degli uomini. Tra questi Franz Kafka, Giuseppe Mazzini, Robert Schumann, Ippolito Nievo, Victor Hugo, Richard Wagner, John Keats. Uomini potenti o colti, uomini sull'orlo della follia artistica o ardenti di passione politica. Uomini comunque. Amanti. La scrittura è spesso moderna.
Ippolito Nievo nella lettera a Matilde Ferrari inizia con i classici clichè romantici, disorienta con informazioni di routine e conclude con una richiesta semplice, infantile e inaspettata. Amami.
Una richiesta che accostata a tutto il resto,stravolge il contesto e colpisce bruscamente diritti al cuore. Con una forza enorme, quella della grande letteratura. E stupisce che questi uomini, grandi e normali insieme, abbiano vissuto spesso così poco ma così intensamente.
Per tale ragione si è voluto introdurre accanto alla lettera alcune brevi note biografiche. Che oltre a ricordarne l'importanza storica, letteraria o artistica,e raccontare il legame alla destinataria della lettera, sottolineasse il modo e il tempo in cui è arrivata la loro fine. E così ogni lettera chiamava un volto, uno sguardo. Come un pezzo di puzzle invoca il suo spazio. Quello è solo quello. Così è stato. Ogni lettera guarda e chiama una e una sola “ femme”. E ineluttabilmente vi si accosta.
Ogni storia, tra le parole ardenti di quegli uomini appassionati e disperati, è il passato o il presente. E sbuca inevitabilmente dalle quinte nere del quadro, da quella oscurità densa di ignoto. Quel che resta del viaggio tocca a chi sfoglierà questo testo. Attraverso la storia passata e le donne moderne di Paolo Medici,in un'emozione che sempre sarà. Amore. “ femmes “
ALESSANDRA NOCILLA

2004
Hanno nomi di donne – Berthe, Agnes, Judith, Cécile, Roxane . . . . . – i volti di enigmatica
astratta bellezza che popolano l’itinerario di Paolo Medici, che con determinazione continua
a portare avanti tematiche e tecniche che paiono destinate a scomparire : la fisiognomica e il
frottage, pastello ceroso su carta intelata.
L’ artista romano che vive e lavora a Bologna con una scelta dei suoi affascinanti volti, intensi e
lontani al tempo stesso, che si caratterizzano al di là della preziosità dell’impianto costruttivo,
anche da due contrastanti particolari che attirano e insieme respingono : le labbra rosse
e carnose, ma decisamente mute e gli occhi che ipnoticamente, fissano qualcosa di “oltre “.
Occhi azzurri, pregni di secolari pensieri che puntano l’interlocutore, ma lo sfiorano appena con
sguardi che vanno dall’innocenza all’ambiguo : attoniti, pensierosi, stupiti, curiosi, ammiccanti,
severi, glaciali, cupi.
Volti accumunati nell’impostazione, dove si evidenzia la spaziosità della fronte e la nobiltà degli
zigomi, così “ uguali “ e cosi diversi da costruire, da soli, una galleria di “ ritratti “ ritrovabili
nelle opere dei grandi del Rinascimento. E già, perché è proprio
al Rinascimento che si ispira la produzione di Paolo Medici nel manifestare la sua visione del
mondo ; attraverso la sintesi di un volto, come nelle riproduzioni delle opere
dei Maestri o nelle sue creazioni d’epoca.
Singolare è soprattutto la tecnica del frottage appresa dal suo Maestro Corrado Cagli e
divenendone l’erede.
Parte da una superficie nera per raggiungere i colori e il massimo della luminosità
“ strofinando “ i pastelli su dei clichè che costruisce o sceglie con cura. Restituisce così tessuti
damascati, effetti dove l’immagine sembra sfaldarsi o rende un effetto granuloso,ruvido,
che impegna l’artista in un lavoro certosino,dove,per ottenere i toni desiderati, può assecondare
innumerevoli passaggi di colore.
Guardando “ femmes “si ha l’impressione di diventare oggetto di osservazione, studiati,
penetrati . . . . . . . . emozioni e presenzeche lasciano un segno, un nodo da sciogliere forse ad
un prossimo appuntamento, quasi come una relazione che cresce piano piano, nel silenzio,
fatta solo di intese.
ENRICO MARIA MARANTA

2004
( Prefazione per il libro “Acque” )
Non vuole essere questa, né poteva, un'antologia esaustiva delle “poesie” aventi per argomento l'acqua. E' solo un excursus di gusto personale fra le opere di poeti classici e contemporanei a ricercare versi che rimandino, in qualche modo, all'acqua. Che tale era il limitato intento, commissionatomi dall'amico pittore cui l'ispirazione aveva dettato i contestuali ritratti di fanciulle equoree. Moderne sirene, ondine o nereidi, comunque misteriose e conturbanti. Unico altro criterio di scelta la indubitabile bellezza della citazione. Cui s'è aggiunto, durante la rilettura degli autori e dalla stessa suggeritomi, un ulteriore discrimine, non assoluto ma prevalente: la personificazione dell'acqua o quanto meno il coinvolgimento di donne, dee o fanciulle terrestri, che dall'acqua emergono o che nell'acqua,mare laghi fiumi, s'immergono caute e pur vogliose – e ricordo le giovinette nude umane sul fiume, di Caproni, e le fanciulle di Alceo che s'accarezzano pensose le cosce bagnate. O che addirittura si mutano in acqua che fugge, come la ritrose Aretusa di Ovidio, vanamente inseguita da Alfeo. O che nell'acqua volontariamente abbandonano lo spirito vitale, come l'obnubilata Ofelia di Shakespeare rivisitata da Rimbaud o la pudibonda Virginia ripensata da Gozzano.
La personificazione coinvolge anche l'uomo nel suo rapporto con l'elemento che circonda la la terra e da cui in un lontanissimo tempo è nato. E penso, citando solo il padre della poesia occidentale, all'Achille e all'Ulisse omerici,figlio di una dea del mare il primo e vittima ( o trionfatore ? ) del mare il secondo, e riletti qui da Holderlin e Foscolo – ma aggiungo l'emblematico naufrago pascoliano, che l'insondabile destino ha abbandonato, muto nella morte dopo la tempesta della vita, su un lido sconosciuto e sul quale s'interrogano altrettanto metaforiche onde. Il mare ha ovviamente gran spazio: da quello allegorico di Dante, vanamente solcato dalle picciolette barche di noi comuni mortali al seguito della sua grande poesia, all'essere antico che rode i pilastri della terra, di Borges, a quello – e annoto a caso – comicamente indomabile di Pascarella.
La raccolta tuttavia accoglie chi ha cantato l'acqua quale è, umile preziosa e casta – al dire di Francesco – o primordiale elemento della creazione divina raccontata dalla Genesi. O soltanto puro gioco di mutevoli forme in gara con la stessa parola del poeta, come nell'ode di D'Annunzio, o tremula pioggia su tristi vetri o gaia come perle sul melo a primavera ( Lorca,Dickinson).
O limpida fontana in cui si specchiano, insieme ai frutti incantati del patio, i disincantati sogni di Machado. Ma anche accoglie, a rappresentare gli innumeri animali che nell'acqua vivono, i pesci mostruosi che l'ariostesca Alcina trae a riva con ironica magia e i cigni selvatici di Yeats, che dall'acqua s'alzano in volo sull'ali clamorose.
Perché doverosa era l'inclusione di poeti non di lingua italiana, trascelti per empatia fra i tanti possibili – ma le esclusioni erano implicite nei limiti dell'opera. Ultima citazione, l'amore omosessuale di Whitman, che ambiguamente rimanda alla malia androgina di alcune ( tutte? ) le ondine del nostro.
Ultima ma non conclusiva, perché questa prefazione non intende sostituire l'indice delle opere raccolte, bensì solo informare sui perché più sublimali che ragionati, della scelta.
Ci auguriamo che il lettore ne tragga il piacere che noi abbiamo provato nel trascegliere questa poche gemme dal traboccante forziere della poesia mondiale, e conseguentemente apprezzi ancor più il fascino delle femminili “Acque” di Paolo.
ADRIANO SIMONCINI

2004
Impressioni
Mi è capitato di guardare un “Acque” ascoltando bellini
La Norma, casta diva - musica nelle orecchie dinnanzi ad un caleidoscopio
Di sguardi e colori di tratti puri scolpiti in chiaro scuro momento diverso
Fluente la musica, contrastanti i disegni conduttore il colore del fondale:
Azzurro di serena forza
L’estraneità dei volti sconosciuti ritmati nel mio scorrere da note ormai accettate
Ed amate mi ha riportato ai gesti agli umori alle passioni alle sfide lanciate
Nelle “chiare fresche dolci acque…” a cui ogni donna degna di tal nome
Ci riporta attoniti e silenziosi
E sono rimasto lungamente coi pensieri, musica e colori perso tra occhi e labbra e colli e menti
A condividere con l’autore il piacere di una scoperta:
una serie di scatti di vita e negli occhi una storia infinita.
VALERIO BERNARDI

2004
“Acque”

L'acqua nei tuo sogni
E' calma
Azzurrina – e il sole
Raggiunge
I fondali.
Ha deciso
Di scoperchiare
La casa e abbattere i muri
Occhi spia fluorescenti
Consultano
Lo spazio della luce
Affidano al domani
Il gesto che ancora
Non conosci
L'acqua nei tuoi sogni
E' calma
Azzurrina
Nei volti enigmatici
L'ombra dei pensieri
Che accendono gli occhi
Nell'amore inquieto
Per le acque

GIAMPAOLO MORINI

2004

Anapo, Sele, Sesia, Baltea,
dove sono le vostre sorelle?
S’avvicina l’ora della gloria.

Nel vostro sguardo intenso
nei vostri lineamenti decisi
leggo la certezza della vittoria.

Le antiche figlie del Reno
custodivano l’oro del fiume
per salvarci dalla ricchezza.

Voi, moderne guizzanti ondine,
custodite il misterioso segreto
della vostra androgina bellezza.

CARLO AVOGARO

2004
“Mi domando guardando Acque pensando a Policleto”
“ Il concetto formale degli equilibri proporzionali non si desumeva, una volta, da misure originariamente non connaturate all’umanità, ma superiori ad essa, giacché cavate dalla bellezza delle leggi matematiche da cui derivano le certezze spaziali, la metafisica, il sogno? ”
Mario Lozzo “le acque di Medici”

2004
Alle attenzioni degli amatori, Paolo Medici si segnala come allievo di Corrado Cagli in ognuno dei cataloghi delle sue esposizioni : sollecitando esami stilistici e comparazioni formali che lo accostino al Maestro come l’allievo che più di ogni altro lo emula, perpetuando cromie,virtuosismi segnici, simulazioni
Iconografiche auliche.
Agli studiosi si propone come i l più abile nell’uso dei pastelli cerosi su carta nera sottile intelata successivamente, già caratterizzato da uno stile che lo contraddistingue e distingue.
Le sue opere, però, non sono soltanto artistiche, perché sono anche letterarie : testimoniano ciò i testi più intriganti che lo accreditano, tutti d’ autori in dimestichezza con la scrittura letteraria, più che con la scrittura esegetica.
Queste parole siano considerate “ materiale “ per temi da svolgere disdegnando la scrittura critica gregaria.
ENZO ROSSI ROISS

2003
“Acque”
(presentazione alla monografia )
Tra i gratuiti furori di esperienze perennemente d'avanguardia, mai sazie per ristrutturare i sovvertimenti che via via producono nei loro concettuali sperimentalismi, ritrovare, in queste opere di Paolo medici, l'immagine, il messaggio figurativo, la pratica e l'abile capacità manuale del lavoro artistico fa indubbiamente piacere; e così ci si può ancora soffermare su7 proposte che alludono, avvincono, forse talvolta aggrediscono, ma sono comunque frutto non soltanto dell'intelligenza operosa e fervida dell'artista, ma anche esempio di un abile, indiscusso mestiere. Era del resto il giovane Marx che parlava di “sensi capaci”, ad indicare la necessità di ogni intuizione o provocazione sensoriale fosse esperita e realizzata con metodo costante, in un duro esercizio che presuppone fatica, assiduità, proprietà dell'uso dei mezzi e degli strumenti necessari alla realizzazione di un lavoro. Il mestiere, se così si può dire,Paolo medici l'ha imparato nel diligente ed assiduo apprendistato presso Corrado Cagli, di cui fu allievo. Poi, di suo,ci ha messo ingegno, fantasia, intuizione creativa e soprattutto un razionale equilibrio che lo porta a contenere l'esuberanza della sua comunicativa espressività entro forme perfettamente delineate, in una configurazione quasi matematica delle proporzioni, delle linee e dei volumi; così come del resto avveniva in tempi antichi, quando gli artisti avevano bottega e l',in quelle che erano, secondo la pertinente definizione di Roberto Longhi, vere e proprie “officine”, si producevano i capolavori che hanno costellato il nostro Rinascimento ed i secoli successivi: ma con misurato lavoro, con razionale collocazione delle figure, con occhio attento a scrutare i diversi soppesamenti cromatici, al fine di non turbare equilibri faticosamente raggiunti, prima peraltro lungamente pensati ed elaborati mediante prove e riprove e schizzi e disegni e frequenti rifacimenti. Non è un caso, del resto, che Paolo Medici abbia, in precedenti esperienze elaborato opere di grandi maestri rinascimentali, cercando di leggerli secondo un'intuizione moderna intesa a perlustrarne i segreti che soltanto l'occhio esercitato e l'immaginazione di un artista riescono a scoprire.
In quei percorsi Medici aveva esercitato su se stesso lo sforzo durissimo della pazienza, controllando la spinta creativa per giungere alla perfezione del mestiere, inserendo peraltro nelle figure una sua personale intuizione, restituendole ad una realtà diversa, giocata tra ambiguità, silenzio, fredda e composta lontananza, mistero. Qui ora, in questa rassegna di volti perfetti nella loro gelida bellezza,emerge, ancor più che in precedenza, l'assidua ricerca dell'artista, che indaga non già tra le pieghe del passato, ma direttamente nell'espressione umana, il senso misterioso di una ( o di molte, infinite ) domande,
I volti sono ripresi da diverse angolazioni, le bocche sottolineate da invitante sensualità, a volte semiaperte, come a sussurrare domande o alludere a ipotetiche risposte, a volte morbidamente chiuse, sempre in procinto di comunicare, pur restando mute, silenziose. E c'è, negli occhi che guardano con intensità, il profondo scrutare verso lontananze ineffabili, in una incalzante indagine tesa forse a scoprire ( o capire) l'essenza di qualcosa che si muove, vive ed è presente fuori di noi o in noi, e che peraltro resta misteriosa, ambiguamente presente o assente. Questo senso gelidamente metafisico scorre come un ombra su tutte le figure, scivola via tra le pieghe vellutate dei volti, avvolge di mistero gli incarnati olivastri, affonda negli sguardi intensi, resi magicamente effusi dall'albugine luminosa dell'occhio. Emerse dall'acqua, queste creature mitiche sono simboli di sentimenti, divinità rivestitesi per l'occasione con la cuffia di nuotatrici ma in realtà provenienti da lontananze sconosciute, oggi moderne nuotatrici, ieri ondine o naiadi, domani creature spaziali ma sempre immagini emblematiche di un repertorio leggendario, presenze misteriose che turbano i sogni, inquietano la fantasia,interrogano la perplessa ed esitante ragione. Poi si diceva il lavoro manuale, il mestiere vero e proprio,che l'artista ha appreso e usa con dinamicità suggestiva, ed è quel tratto morbido di sfusa caligine, quello spolvero di bitume che fa la pitture cedevole, carnale, e che rafforza, incupendolo, l'azzurro del fondo, l'espressione degli occhi, la rossa carnalità delle labbra; dovuto, il tutto, all'uso del frottage, la tecnica dello “sfregamento” che Medici usa con raffinatissima abilità, delineando la figura sul fondo nero e poi strofinando leggermente le varie parti dipinte, con l'effetto che non sembra sia l'ombra a sovrapporsi al colore, ma il colore ad emergere dal nero. Come dire : dall'ombra alla luce.
Così queste creature, da un agglomerato incongruente ed oscuro, per mezzo di una sapiente metamorfosi acquistano gradualmente forma, vigore, luminosità: nascono alla chiarità della vita, prendono identità, diventano immagini definite, simboli eleganti di un processo che trasforma il gioco tecnico del mestiere in una intense espressione d'arte. Per di più originale, non accostabile ad altre esperienze di moda o diffuse tecniche d'attualità, se non forse alla fotografia, che tende ad inglobare particolari e cogliere espressioni. Ma qui, non sono soltanto gli aspetti formali che emergono. L'artista non riproduce profili, ma li costruisce, come una cornice, intorno a sentimenti, a interrogativi: perlustra “l'ombra del vero”, come scriveva Pascoli, impossibilitato peraltro a scoprirne l'essenza.
E' questa tensione, questa domanda costante e perenne, che inquieta e turba; è la richiesta che le donne di Medici ci rivolgono con persistente, allusivo invito, e che non si riesce mai a decifrare per intero. E' forse anche per questo che guardiamo quei volti, quegli occhi, quelle bocche a lungo, insistentemente, quasi nella tensione di scoprire qualcosa che sappiamo resterà comunque avvolto nel mistero assoluto dell'esistenza.
GIAN LUIGI ZUCCHINI

2003
(presentazione per la monografia “Acque”)

Il colore può vivere in sé, oppure sostanzialmente ricreato nella luce.
Il primo appartiene al gusto, il secondo alla pittura.... ( V. Guidi )

La pittura potrebbe non essere la strada più semplice che conduce all'arte. L'attuale riconoscimento accordato ad istallazioni, video e foto, ha lasciato alla pittura uno spazio in una dimensione meno elittaria, ma a favore di una maggior ricerca di libertà espressiva.
Considerando la pressante predilezione istituzionale per tutto quello che la tecnologia può offrire a favore di video ed elaborazioni fotografiche, chiunque decida di essere pittore può solo considerare come valore in sé positivo, l'apparente inferiorità del medium adottato, in quanto le aspirazioni di successo seguono motivazioni più politiche che estetiche.
Nella passione per la “ sua “ pittura, per lo strumento che visceralmente gli appartiene, Paolo Medici segue – da oltre vent'anni – la ricerca nella qualità espressiva e tecnica dell'opera, oltre le mode, oltre la banalità dell'obbligo al “ per forza “ attuale.
E la sua pittura si manifesta accattivante ed insolita per il nostro “ tempo “, : accattivante nel risultato cromatico e luminoso, insolita nella scelta dell'uso del “ frottage “: una tecnica pittorica oggi totalmente in disuso che, nell'abile “estrazione” dell'immagine, richiede tempo, attesa e “silenzio”, ovvero momenti di vita lontani dalla nostra quotidianità.
Il discorso artistico di Medici è complesso e tuttavia unitario, così come è complessa la costruzione delle sue “ forme “. Il suo essere irrequieto e sempre proiettato verso nuove proposte o soluzioni tecniche, accoglie il “gesto” come momento risolutore di una tensione che implica componenti umane e culturali, accrescendone la poetica.
Questo sue essere sempre attento e proteso in divenire, diventa la ragione del suo continuo rinnovare l'invenzione risolutiva e la dimensione delle immagini nella sua pittura: una dichiarazione di rifiuto dell'ovvietà.
L'immagine di un grande foglio nero, la traccia quasi impercettibile del segno, la matrice scelta accuratamente come calco e ulteriore traccio o disegno, la mano che lenta si muove e stratifica toni di colore alla ricerca di una luce che accenda il quadro fino ad impossessarsi della materia stessa.
Una della maggiori “audacie” di Paolo Medici è infatti il rapporto con la luce. Un rapporto che pone direttamente l'opera con l'idea di fainomenon appartenuta nell'antichità greca; in effetti la parola deriva da fus – luce – e indica ciò che si manifesta, ciò che viene alla luce, quanto mai radicato nella tecnica del frottage.
Una luce che non è solo metafora dell'origine delle cose, ma sta a indicare l'energia, la potenza stessa della natura.
Ancor di più il rapporto luce-materia assume nell'artista un risvolto unico: la materia, nelle sue stratificazioni cromatiche, di fatto viene “alleggerita”, quasi sospesa, in un gioco di percezioni inattese, dove lo sguardo di chi osserva scivola e si sofferma ora sull'incarnato dei volti, ora sull'effetto più opaco della matrice, ma sempre avvolti da vibrazioni luminose.
E quale elemento più di ogni altro è in grado di trattenere, diffondere ed espandere la luce se non l'acqua ?
Ecco l'attenzione dell'artista che si concentra nella memoria di alcune nuotatrici che escono dalla piscina: l'acqua riflette e sospende i loro corpi, la femminilità e la “forza” dei loro volti sono il naturale completamento dell'armonia dell'insieme. Un insieme che diventa ispirazione e stimolo per una lunga serie di opere che Paolo medici titola “Acque” e che dedica all'infinito mondo del volto, del “ritratto” orientato al “pensiero” dell'anima.
Nelle quaranta diverse interpretazioni, l'impianto delle sue figure è oltremodo compatto e saldo e, in ciascuna, nella concretezza del volume, domina la maestosità che le fa più alte della loro condizione di esseri umani. I loro volti, ricercati e totalmente coinvolgenti nello sguardo, regalano nei rapporti tonali un magnetismo che confina tra la luminosità e l'eleganza quattrocentesca, e l'inquietudine e la sensualità del seicento barocco.
Eppure in Medici le figure non cercano ne pretendono di avere maestà, ma ciò non toglie nulla alla profondità, a quella misura che è indispensabile dono dell'azione pittorica per l'equilibrio della composizione. Dunque la loro regalità diviene quasi parte imprescindibile del loro “essere”, quasi fosse la natura stessa ad averne deciso l'esistenza.
In un mondo in cui il senso della natura, sembra lento allontanamento, il degrado che ci circonda pare assumere l'unico significato possibile: la vita è sottoposta all'invecchiamento, alla trasformazione, o per causa interna o per causa esterna. Ecco l'ulteriore valore della “ vita” di “Acque”, sotto i loro sguardi lo smarrimento temporale è parte del gioco: la trasformazione fa parte dell'emozione che muove il nostro osservare, ma l'invecchiamento non appartiene al loro essere, ormai dimensionato oltre il tempo della loro stessa esistenza.
Nel loro vivere “senza tempo”, pur essendo diverse nei sottesi rimandi rinascimentali, i loro volti respirano una forte primitività,cioè una specie di anteriorità sulle “forme”, sull'unicum: una nuova matrice esistenzialista che danza la coreutica del loro stare insieme.
Ecco allora che ogni viso rimanda incessantemente al successivo, ogni espressione segue l'osservatore e accende la ricerca di altri occhi che sconfinano in altri sguardi.
In un equilibrio che, costante, accompagna la dimensione artistica di Paolo Medici, attento da sempre alla perfezione dell'insieme, all'eleganza formale di ogni tono, e, mai come questa serie,alla definizione quasi nominale dei contorni: sui fondi impalpabili come i toni dell'acqua, il bianco delle cuffie che a volte circonda il loro viso, concorre opportunamente a illuminare gli incarnati, offrendo protagonismo al magnetismo di occhi e labbra. Un insieme esplosivo che porta l'artista a navigare nei territori dell'antichità classica, ma anche in quelli dell'inconscio, ad utilizzare in modo sapiente il repertorio iconografico tratto dalla storia dell'arte e dal mito.
Realizzate in maniera certosina, le quaranta protagoniste non sono solo “donne”, i loro nomi hanno i nomi di altrettanti fiumi,diverse dunque, quasi a caratterizzare ogni loro “anima”, ognuna di loro formula la rappresentazione di “varia” umanità. E il lento progredire di ogni lavoro, nelle sapienti mani dell'artista, cerca la ricchezza in ogni passaggio di colore, nella minuzia tecnica del segno.
Eppure i lavori di Medici non sono costruiti da un insieme di “tasselli” volti a dimostrare un'idea filosofica del mondo, ma più che altro da un insieme di “elementi” tenuti uniti dalla forza di un'intuizione o di un'immagine e ci colpiscono con la forza di un enigma che non trova mai soluzione.
La forza dell'enigma, che appartiene oggi più che mai al nostro vivere, definisce il lavoro di Paolo Medici – autore di una formidabile ricerca di mestiere – come una “pittura” attualissima, le cui fonti risalgono alla grande tradizione artistica, con una rappresentazione straordinaria di un'umanità disincantata, a volte malinconica o inquieta, sognante o maliziosa, che bene o male, ci rappresenta tutti.
DANIELA DEL MORO

2003
con vivo piacere le comunico la disponibilità dell’Amministrazione Comunale di Schio ad ospitare una sua mostra personale, presso lo spazio espositivo delle Barchesse di Palazzo Fogazzaro.
L’interesse per la sua proposta è nato dalla considerazione che scaturisce dall’avvicinarsi alle sue opere e dalla conoscenza del suo percorso artistico.
La tecnica da lei utilizzata, anche per rivisitare opere classiche, stimola la curiosità di chi guarda, l’opera quasi si anima e rapisce con raffinatezza lo sguardo del visitatore.
Sono sicuro che l’esposizione da lei curata saprà colpire la sensibilità dei miei concittadini suggestionandone, con le battaglie, la dimensione epica.
Voglia gradire le mie più sentite espressioni di stima.
Arch. FLAVIO BONATO ( Assessore alla cultura )

2003
Paolo Medici: le inquiete allegorie dell'ambiguità
A Pianoro si va da qualche tempo sempre più imponendo una realtà culturale di notevole spessore. Si tratta della Loggia della Fornace,trasformata in ampia e luminosissima galleria d'arte e animata dall'infaticabile Adriano Simoncini. Istituita come luogo di incontro di pittori scelti in un primo tempo nell'ambito locale,si sta ore aprendo anche ad artisti di sempre più rilevante qualità,anche non propriamente del luogo, ma che qui confluiscono per l'opportunità esplosiva che la sede offre con dignità e crescente prestigio. Essa dunque si avvia ad assumere un ruolo di sempre maggior credito, presentando non solo collettive, ma ospitando anche personali di artisti di rilievo come è accaduto recentemente con Paolo Medici, pittore di pregevole qualità.
Medici ha esposto dipinti di ampia dimensione, realizzati tra il 1980 e il 2002, ripresi in gran parte da opere rinascimentali, ma delineati sotto il segno di una modernità decisamente evidente, sia nella tecnica dle frottage, accuratamente utilizzato con minuta attenzione anche nei più riposti dettagli, che soprattutto nel carattere dato ai volti, alle espressioni, agli sguardi. Allievo di Corrado Cagli, l'artista ne ha probabilmente colto lo spirito di ricerca, e forse quella volontà di distacco dalle esperienze un poco omologanti del Novecento, che intruppavano gli artisti in filoni caratterizzati ciascuno da coordinate pressoché stabilite da manifesti programmatici.
Medici infatti non si affida a schemi di ricorrente attualità, ma addirittura affonda la sua ricerca nella sempre rivoluzionaria esperienza rinascimentale,dove si cominciano a leggere ed esporre non tanto o soltanto le forme, ma anche le emozioni, le idee interiori, i bisogni dell'intelligenza e dello spirito. Così la elaborazione di Medici coglie dell'antico le composizioni, le masse, le dimensioni esteriori, e poi le ripropone mediante una rilettura attenta di ciò che può essere il pensiero, il senso dell'essere, il turbato accumularsi delle forme ( come nella Battaglia di San Romano, ripresa dal capolavoro di Paolo Uccello ) che espongono la potenza drammatica dello scontro, già espressa dall'artista rinascimentale, ma qui definita con sottolineature di ulteriore tensione, in un groviglio portato allo spasimo anche dalle luci opache e della tenebra ovattata che fascia tutta la composizione.
Lo spazio, tiranno come sempre, impedisce di approfondire ulteriormente le singole opere che furono esposte, ma necessario concludere con un cenno almeno alle figure, ai volti tratteggiati di fissità e di inquietante perplessità. La Sibilla, la Stellina, l'Aiutante, il Capocomico, il Maltese, l'Atleta, il Domatore, la Sposa del Circo ed altri sono tutti personaggi di un immaginario inquietante e misterioso. Aleggiano sorrisi ambigui, sguardi fissi nell'infinito, turbate ossessioni, severe malinconie. Tra De Chirico, Magritte, Ensor e un metafisico surrealismo, queste immagini, ricavate dalla perfezione rinascimentale, si collocano decisamente in un catalogo di ben precisi riferimenti emblematici. Ciascuno di essi è un atteggiamento, e tutti sono coinvolti in un modo attualissimo di sentire e di vivere. Cosicché essi diventano simboli del nostro quotidiano, parata allegorica e talvolta angosciosa di una realtà gelida e affranta, che Paolo Medici interpreta con arte raffinata, restituendo attraverso le forme perfette il senso di un'umanità inquieta e vuota, alla ricerca di un'ambigua e comunque per sempre perduta felicità
GIAN LUIGI ZUCCHINI

2002
(presentazione per la mostra antologica Loggia della Fornace )
Uno spazio sui colli bolognesi, verso la toscana, scenografia per un film di fiabe o del terrore, un'incantevole piana acquietata fra morbide linee d'orizzonte, accenni di montagne, complice di improvvise, luccicanti, argentee galaverne e di bianche distese di fiori nella pioviggine di un'estate scomparsa, da un lato una costruzione di pietre avvizzite colta in un abbraccio da vecchi alberi giocherelloni, nella magia delle loro ombre, con un giovane cane sempre affamato. E' questo l'esterno mutevole che respira, annusa, ruba colori, odori, fantasmi, Paolo Medici, con il suo immaginario sensibile e malinconico. Per portarseli in silenzio, nella penombra di un interno a lui caro, a lui più congeniale che assapora la luce per divorarla come nell'attimo in cui il sogno si interrompe.
O inizia ?
La folgorazione naturalistica, le incerte oniriche presenze, l'idea stralunata si miscelano in un lavoro creativo complesso per avviarsi verso una realtà nuova che si accordi col suo essere strano,fantastico,estetizzante. Le suggestioni di una vena inquieta, di una ricerca fisiognomica mediata da numerose citazioni scorrono ambigue, in incerta consapevolezza, verso una spietata introspezione. In un gioco crudele e spudorato sfrutta, esaurisce personaggi, modelli – immagini – icone di un “ glamour “ sfrenato, apparentemente scelti a caso, quanto il mistero e la notorietà di opere d'arte consacrate e le loro potenzialità rivelatrici. Elementi culturali, visivi, formali, disparati vengonogiustapposti per essere fusi in un contesto più solitario che personale. Rappresentazioni argute si mescolano a severità espressiva che ben si coniugano con la serietà di una tecnica colta, mai improvvisata. Ammaliato dagli ochhi come sguardo, “ vivo lume “, evocativi di contenuti visionari quanto della luce di un mattino nella spianata che gli dà il risveglio, trova il momento misterioso ed ineffabile della trasformazione artistica nell'ossessione dell'enigma della maschera,metafora di una ricerca d'identità che “ sollevi dagli affanni” coniugando bellezza e malinconia “ che produce “, come sintetizzò mirabilmente il Castiglione nel suo “ Cortegiano “,
“la venustà”.
PIERO PAGLIORITI

2002
( presentazione per la mostra antologica Loggia della Fornace)
Paolo Medici è il primo pittore ci La Loggia della Fornace offre i suoi locali per una personale; fino ad oggi, nei quattro anni di attività,ha infatti ospitato solo mostre collettive. Motivazione pratica avanzata dall'artista, e all'apparenza ragionevole, le dimensioni fisiche delle “ battaglie” - come chiama per brevità i due quadri ispirati a Paolo Uccello – che rifiutano contiguità compromissorie e limitative. In realtà mi ha convinto il personaggio, con la sua solitaria caparbia che nasconde forse un non domo rovello artistico. Ne avevo visto una riproduzione di alcune opere in un paio di cataloghi: presa di conoscenza forzatamente imprecisa che però mi aveva intrigato. Quei volti “mitologici” di donne e guerrieri, pur nelle ridotte dimensioni e coi limiti coloristici della pagina stampata, dichiaravano una pittura diversa, altra dalla quotidianità che propongono le piccole gallerie d'arte come la nostra.
Poi ho visitato il laboratorio di Paolo e ho potuto vederne dal vivo il lavoro, solo in parte riprodotto nel presente catalogo. La prima – e ultima, perché rimane anche dopo aver guardato e riguardato e aver discusso con l'artista – è una sensazione di disagio, di sconcerto: occhiaie vuote che pure ti guardano, ma anche vivide pupille- negli ultimi lavori- in volti imbarazzanti. Uno di essi è in copertina: personaggi contemporanei con strani copricapi ( metafisici, precisa l'autore a sottolineare il richiamo a una non lontana inquietante stagione dell'arte italiana ). Assurdi accessori che per un verso proiettano i volti in una dimensione atemporale, astratta, e per un altro ne evidenziano la corporeità, l'umana fisicità: sguardi lucidi, penetranti, che pretendono un rapporto biunivoco e paiono porre domande non eludibili: “ chi sono ? “ o anche “ chi sei ? “ . La mostra, che comprende opere che vanno dal 1980 ad oggi, è nel nome della continuità. Collante del percorso la tecnica del frottage ( pastello ceroso su carta intelata ), appresa nei suoi giovani anni dal maestro Corrado Cagli e non più abbandonata. Non conosco il perché di questa scelta ( come del perché dei contenuti, ma l'arte è per questo aspetto insondabile). Certo risponde a un bisogno espressivo di Medici, che la persegue da decenni con esiti persuasivi. Sicuramente stende – coi suoi colori smorzati, con le sue dubbie luci – come una ulteriore patina di tempo su soggetti già di per se lontani dal nostro presente: eroi, muse, sibille – testimonianze culturali, storiche, ma soprattutto mitiche – che del mito, con le sue equivoche sollecitazioni, hanno la forza evocativa. Nel nostro, le figure perdono la monumentalità rinascimentale, cui esplicitamente s'ispirano, per assumere un aspetto più suggerito, più intimo: citazioni oniriche che recuperano una ambigua modernità. Paiono estranei al percorso fin qui delineato i ritratti a penna: il caldo e gioioso colore della sanguigna si contrappone alla distaccata freddezza dei verdi e dei viola delle precedenti opere, la luminosa sicurezza del tratto contraddice il chiaroscurale procedere del frottage.
In realtà confermano la indubbia padronanza del disegno del nostro, la mano attenta e sicura, lieve e precisa, che fotografa e a un tempo interpreta l'immagine: la mano di un artista
ADRIANO SIMONCINI

1993
La Battaglia e le Muse
Che effetto fa?
Imbarazza, sconcerta. Nella mente si sovrappone uno
spazio ed un tempo diverso da questo: un deja-vue.
E’ normale. E’ la battaglia di Paolo Uccello, quella del Louvre.
Paolo.
Si chiamano Paolo tutti e due, l’immaginazione l’uno,
il sogno dell’immaginazione l’altro; massa che crea
profondità, mimesi del volume in profondità.
Da vicino l’inganno è scoperto: non è tela ma carta
tessuta a tela, non è olio ma pastello usato a frottage.
Una magia.
Da lontano la parete si anima anche se tutto è bloccato
come un film stoppato su una immagine.
Un contrasto, un esercizio o semplicemente un
omaggio: leggiamolo così e basta.
Le muse invece.
Le muse sono un passaggio obbligato.
Nel mito, figlie di Giove e Mnemosine, rappresentarono
il nuovo ordine del mondo, “coloro che creano con la
fantasia”: Clio, Urania, Calliope, Talia, Polimnia…
Sebbene il soggetto sia ancora l’antico, le Muse qui ne
sono solo il ricordo. Anche nella forma che a ben
guardare non le contiene più:ora si espande, ora si
rapprende, si dilata e sia allunga.
La certezza delle immagini di Paolo Uccello dove
interno ed esterno trovano il loro equilibrio, qui è negata.
C’è una forza in più dentro, una certezza in meno fuori.
E il classicismo genera il manierismo.
MARIANGELA RICCI

1990
Paolo Medici è uno degli allievi di Corrado Cagli; già questo dato lo raccomanda all’attenzione dei suoi critici. Io l’ho riconosciuto come si riconosce un affine per vicinanza di modelli – pur non essendo un pittore -.
Il fatto è che la sua rivisitazione del passato, così tenace e originale in questa mostra, lo ha portato fra l’altro ad incontrarsi con uno dei miei più amati pittori del Quattrocento , il Paolo Uccello de La battaglia di San Romano, che mi ha sempre incantato, a Firenze, quando mi domandavo contemplandolo che ora mai segnasse la mente di quell’artista,in qual luogo potesse svuotare l’epica di un fatto d’arme con tanta metafisica leggerezza.
Ed ecco qui Paolo Medici,col suo Paolo Uccello con la sua “Battaglia di San Romano”, affondata in pieno 1990, a riconvocare le sorti della modernità,nel meduseo sguardo del passato che incatena e impietra. Eccola la post-modernità di cui tanto si parla, dopo Lyotard, nella letteratura che cita il passato come pittura, per continuare e distinguersene, a vivere, a proclamare la sua paradossale autonomia. Il legame d’arme, il complotto, Apollo e Dafne di che altro sono segno se non di una ricerca della favola perduta – per dirla con Angelo Guglielmi -, di una nostalgia di una condizione antropologica in cui “ narrare “ era l’unico modo che l’uomo aveva per scoprire la realtà della vita, le sue giustificazioni, la sua necessità ? Amo di Paolo Medici la coraggiosa partita giocata con la simulazione di quella antica condizione, la forza di trasmettere la sua visione del mondo, la sua richiesta d’amore, di senso totalizzante, di epica,di forme forti del pensiero insomma,affidate a queste sue pitture, come se ancora una volta la sua ricerca venisse a testimoniarmi, da un altro versante dell’arte,della pittura, quel che già nella letteratura sono convinto di aver capito,guardandomi intorno:che il nuovo e il vecchio, che il classico e l’effimero sono destini non affidabili alla miopia dello sguardo.
Non il vicino, non il “mai già visto”connotano il vero sguardo del Bello. Paradossalmente è invisibile il nuovo come è folgorante il vecchio.
Nessuno sa per quale strada la ricerca del pittore debba lanciarsi a priori.
I programmi sono finalmente caduti, i manifesti appaiono malinconici nei musei delle poetiche, i diktat cadono come i muri di Berlino. Paolo Medici, allievo di Corrado Cagli, ne ha seguito la lezione al di là dei divieti e delle mode. Perché lui sa bene che aveva ragione Oscar Wilde; “ In questo mondo tutto cambia fuorchè l’avanguardia “.
ROBERTO PAZZI

1990
IL QUADRO DEL QUADRO
“ O lettore : io guardai nell’opera di Paolo come altri guarderebbero in uno specchio,e se in queste pagine vi troverai qualcosa che ti piace dì pure che è mio,e se qualcosa v’è che non aggradi la colpa va naturalmente allo specchio troppo amico per vedervi chiaro”.
E’ ovvio quello che Carrà intendeva con queste parole usate i n una riflessione su Paolo Uccello: per quanto l’opera d’arte come oggetto resti nel tempo pressoché simile a se stessa, quel che cambia è lo spettatore che nel corso della storia muta le proprie coordinate fruitive,vuoi per diversa situazione socio-culturale,vuoi per il mondo ( che si fa anche “modo di vivere” una volta che l’opera viene inserita nel museo ) nettamente cambiato che gli muta lo sguardo.
L’operazione di Paolo Medici ( alla quale ben si confanno le citate parole di Carrà ) ci ripropone – fra le altre cose, ma sull’emblematicità di questa ci soffermeremo più a lungo, come spunto per una comprensione più generale – la seconda tavola della Battaglia di San Romano di Paolo Uccello, il disarcionamento di Bernardino della Ciarda ( un tempo a Palazzo Medici, ora agli Uffizi, ed ecco quindi il “museo”), ed è proposta estremamente interessante sia dal punto di vista più immediatamente artistico,che da quello più programmaticamente teorico.
Osservazioni apparentemente banali possono dar luce alle nostre intenzioni, e indicare un percorso di lettura teso a complicare per paradossalmente meglio comprendere l’opera di Medici: innanzi tutto la scelta dell’autore e dell’opera, da intendersi quasi come una scelta di poetica, alla quale fa poi fede tutta la sua galleria di personaggi ed eventi strappati da chissà quale racconto fantasy ; poi la realizzazione con una tecnica diversa per quanto manipolata fin dove era possibile la fedeltà oggettiva. Da qui alcuni problemi di ordine più propriamente “estetico” che fanno perno sulla questione della copia o della interpretazione,per la quale non avrei potuto esimermi di citare almeno il non ancora impolverato Benjamin, se questo fosse stato luogo dove affrontare questo tipo di argomentazione.
Per meglio focalizzare la scelta di Medici, tengo la riproduzione della Battaglia di Paolo Uccello sulla scrivania, distante da me e davanti per lasciar spazio al foglio che utilizzo per la scrittura; guardando di scorcio la fotografia inconsapevolmente simulo in parte, e me ne rendo conto solo ora, l’originaria positura della tavola ( alta nella camera di Piero, divenuta poi di Lorenzo,del Palazzo Medici ), posizione elevata che l’occhio bizzarramente euclideo di Paolo Uccello deve aver tenuto in considerazione. In tal modo l’enorme sproporzione dei monti sullo sfondo in un certo senso si appiana, permettendomi, così ravvicinati, di penetrare con lo sguardo l’indifferente e simultaneo svolgersi di altre situazioni, sapientemente giocate per quasi ribaltarsi ai miei occhi e farsi vedere. Mi sorprende l’ordine che Paolo Uccello ha saputo dare al caos, e l’impressione stupefacente di statico movimento, nonché l’insistenza delle linee che geometrizzano e scompongono. Capisco, anche senza condividere, la critica di Vasari, tanto diverso per temperamento da quell’ottica progettata “matematicamente”,lui,il cui formalismo gli impediva di apprezzare una razionalità portata ai confini dell’irrazionale, che si tradisce pure per l’uso a volte improvviso di un colore propenso a tingere di fiaba il racconto; fu per questo che il Vasari si spinse all’ironia riportando maliziosi aneddoti, dicendolo “ dotato dalla natura di un ingegno sofistico e sottile “ in quanto “ si affaticò e perse tempo nelle cose di prospettiva”. Ma quale prospettiva stava inseguendo ? Perché, certo, “ possiede la scienza del Brunelleschi e di Piero, ma è ancora ispirato alla visione di Giotto”.
E’ una prospettiva frantumata in più punti di fuga,non centrale dunque, il cui moltiplicarsi sulla tavola addita non di fatto a una prospettiva statica, ma dinamica, mossa in più frammenti sui quali liberare e fermare lo sguardo e quindi osservare ciò che il campo visivo permette di vedere. Come una vetrata, ed è Focillon a suggerirlo. Anche la tecnica di medici, il frottage, ci rimanda strutturalmente alla vetrata.
Il primo a usare questa tecnica, che consiste nello sfregare con una matita il foglio sovrapposto ad una superficie scabre, fu Max Ernst nel 1927; in Medici tuttavia, che l’imparò frequentando la “ bottega “ di Corrado Cagli, manca qualsiasi riferimento all’automatismo che il surrealista otteneva con l’uso più o meno casuale della matrice, preferendo invece sottoporre il “ frottage” ad una severa disciplina che poco spazio concede al gioco improvvisato del caso. Da qui la ricerca di clichè che possano adeguarsi alla materia del soggetto da imitare, ma che pure si lascino manipolare attraverso la variabile pressione del pastello, e rendere così i volumi certo non spontanei per questa tecnica. La forma e la ruvidità della matrice – la più disparata, dal cartone al tessuto, al vetro, alla plastica lavorata – pretende una precisa distribuzione dello spazio, su una geometrizzazione che cerca di limitare l’improvvisazione solo al lavoro vero e proprio del “ frottage”. E comunque il risultato è quasi il ritaglio sbalzato di sagome decise sia dalla trama del clichè che dal colore, e ribadito dal contorno nerastro che ricorda vagamente la piombatura delle vetrate. Niente di più adatto per rendere lo spazio prospettico a più livelli di Paolo Uccello, a interpretarlo inseguendo una fedeltà che la particolare tecnica rende impossibile, salvando così nella riproduzione l’aura di Benjamin. Sono tuttavia vetrate dalle quali non filtra luce,anzi, ne viene assorbita,nell’opacità ruvida di un colore quasi accartocciato nel dar volume, come succede ad esempio al panneggio e alle carni ,alle fronde e alle radici , alle rocce dell’Apollo e Dafne , nel quale la ninfa subisce una metamorfosi – nei capelli e nel piede destro, ma ancor di più nel raggricchiarsi a corteccia della veste e della gamba nuda – che il mito certo reclama, ma la tecnica già prevede con il suo naturale tendere verso la rigidità materica.
Per questo netto comporsi del colore, per questa “geometrica” plasticità della forma, viene anche da pensare al faticoso e preciso lavoro di intarsio – al quale Paolo Uccello molto dovette ispirarsi, vista oltre tutto la sua pratica – giocato però da Medici su di una materia ( clichè ) che rivela di sé solo la propria trama, mentre il colore interviene a suggerire la prospettiva e i piani di un mondo quasi fossilizzato e deserto, per quanto percorso da personaggi tuttavia non simulati dalla realtà, non “imitati”, ma proprio abitanti la spazialità bidimensionale di quella superficie . Di fatto il metodico strofinio del pastello sulla carta appoggiata sulla matrice, sembra lasciare affiorare forme che la carta nascondeva , come fossili racchiusi nella roccia ma celati allo sguardo dalle incrostazioni del tempo. Non è un caso che i soggetti scelti da Medici siano storici e mitologici, come fossero rappresentazioni teatrali di una qualche tragedia forse neppure mai scritta e comunque vissuta, oppure interpretazione di quadri mai dipinti. Opere come Complotto, Legame d’arme, o ancora l’intera galleria di ritratti, hanno un non so che di già vissuto, di reinterpretato, come se ciascuna opera fosse il quadro di un quadro, la rivisitazione mai concretizzata di un qualche pittore tra Quattro e Cinquecento.
E’ un mondo, quello di Medici, fatto di figure pietrificate, dalla voce soffocata nell’involucro cartaceo che nel colore rivela la forma, esistente forse già prima sotto la superficie, e ora probabilmente erosa dall’insistenza dello sguardo nel volere a tutti i costi mostrarle. Emergono statiche, indifferenti oppure disturbate dal sapere di essere finalmente guardate, lentamente compaiono per riempire con la loro presenza una dimensione nella quale pensavano di restare racchiuse, invisibili all’occhio. Fossili che traducono il silenzioso spazio delle tarsie,presenze che propongono la desolazione di una solitudine mostrata ma non vinta, la cui immagine viene quasi rubata, svelata, allo sguardo riflesso del pittore.
ANGELO ANDREOTTI

1990
Amare il Rinascimento ed essere discepoli di Cagli significa ancorarsi al tessuto umanistico della nostra tradizione italiana.
Paolo Medici non vive più di citazioni, ma di interpretazioni.
Anche rivisitate la grande “Battaglia di San Romano” di Paolo Uccello è occasione per approfondire forme e colori della propria mitologia interiore, quella suggerita dai linearismi plastici del ‘400 ( soprattutto Pollaiolo e Luca Signorelli ) ,ma anche dalle contorsioni a spirale dei manieristi della generazione dopo il 1540. C’è anche una propensione al surreale (più che al surrealismo storico ) non inteso in senso onirico, ma mitologico.
La simbologia di Medici vede profondamente uniti la figura umana e la realtà ambientale: nell’ “Apollo e Dafne” persona e natura sembrano fondersi nel comune dato antinaturalistico.
Non c’è dramma psicologico, ma percorsi formali compatti e vicino, per certi aspetti, con alcune folgorazioni di Savinio,soprattutto nel “ Complotto “
Dove la contorsione sembra nervosamente alludere ad un sentimento che è nell’annodarsi inquieto della materia tendinosa. La tecnica che il pittore adopera ( pastello ceroso su carta intelata ) favorisce l’emergere della forma plastica e smorza anche i colori più accesi.
E’ un orizzinte, il suo, che intelligentemente si colloca in una riscoperta figurale neo-rinascimentale con tutte le inquietudini delle avanguardie del ‘900.
FRANCO PATRUNO

1982
Non c' è alcun dubbio che Medici viaggia nella memoria, ma con una serenità e una coscienza critica che gli permette di potersi fermare al momento giusto, fermando in un tratto quell'attimo che materializza la poesia; sono momenti in cui il disegno è ancora un segno grafico, pur contenendo in se la carica e lo sviluppo della forma. Ne intuiamo la crescita per mezzo di brandelli di luce, riflessi e ombre come echi anomali che ripetono toni di un brano lasciando il resto nel mistero.
FRANCO SOLMI

1980
Si può dire in sostanza che il carattere dello spazio figurativo di Medici è uno spazio dove entrano in gioco valenze oniriche, uno spazio inquieto che trasmette il senso di inquietudine psicologica dell'artista, ma anche l'incanto della proiezione della sua immaginazione, attraverso però un linguaggio figurativo mai caricato da distorsioni di esasperata espressività soggettiva.
In altri termini, un linguaggio certamente non espressionista, ma piuttosto di una certa matrice realista non naturalistica e più mentale.
In ogni caso si tratta di un modo di dipingere che ha una identità individuale inconfondibile.
MARCO GRAZIA

1977
( presentazione per la galleria Farnese di Roma)
Nelle carte arrocciate Medici continua lo scandaglio del “primordio” ,utilizzando, una tecnica molto simile al “frottage”, una materia che si offre con duttilità alla pressione manipolatrice dell'artista che la determina in immagine con imprevedibili profondità spaziali, in un gioco altermo
di luci e ombre.
CARMINE BENINCASA

1976
Presentazione di Nicola Zitelli
La pittura metafisica, che pure aveva caratterizzato un periodo, abbastanza lungo, della pittura di Paolo Medici è già un ricordo.
Un ricordo essenziale di forme e di esperienze che si riflette in questa seconda fase di produttività e che segna il superamento di un periodo in una trasformazione verso il classico, che sembra essere, per il momento, la vera ambizione dell'artista.
Un pittore che mosse dal disegno classico i suoi primi passi, che abbracciò una esperienza metafisica nello studio delle masse, delle forme in torsione e in proiezione tridimensionale e che ora, a questo periodo, dà un seguito concreto, in una evoluzione di forme e di contenuti, che, pur risentendo di una derivazione di tutte le esperienze passate, e non poteva che essere altrimenti, segna anche, ed inequivocabilmente, un secondo e deciso passo avanti di una personalità pittorica che esplode in fasi nitide ed estremamente chiare.
Anche questa volta, dunque, la tematica è affrontata con una proprietà di linguaggio che crea un periodo nel periodo, un discorso circoscritto e definito nel discorso più lungo e praticamente infinito che è quello della continua trasformazione, maturazione e ricerca che distingue, tra tutti, il vero maestro.
In questa seconda fase, dunque, è la forma che prende corpo, è la linea che diventa materia, che si riempie, che respira.
Occhi senza luce che pure ti fissano e magnetizzano il tuo sguardo nel loro buio spettrale, figure misteriose dai tratti tzigani e orientali, espressioni sibilline di maghi e di figure ieratiche, visi di guerrieri che sembrano spuntare dalle nebbie fosche dell'Ade, personaggi virgiliani che emergono dal nero delle tele per accompagnarci in un cammino onirico tra anime che si reincarnano nei corpi esangui, che rindossano, per noi, le loro armature ed i loro costumi.
Il secondo periodo di Medici, quindi, è già in atto e, forse, nella mente del pittore è già superato.
Le visioni di sogno rientreranno nella loro dimensione irreale, spariranno dietro la cortina di nebbia donde apparvero, chiamate dall'estro e dalla fantasia dell'artista.
Lasceranno un'impronta per i nuovi lavori e resteranno nel nostro ricordo come la visione di un momento, immagini che forse abbiamo creato nella nostra mente, da fanciulli, ed a cui non abbiamo potuto mai dare una dimensione ed una forma concreta, come ha fatto Medici.
Ed è proprio questo che distingue un pittore da chi non lo è.
Roma 6 dicembre 1976
NICOLA ZITELLI

1976
Nella pittura di Medici rinviene energicamente la visione poetica delle cose, dove tutto trova la giusta collocazione in una rappresentazione magica, sognata, caleidoscopicamente vibrante.
DINO MANNUCCI

1975
“ E' un ragazzo molto bravo perché ha istinti naturali
per la pittura ed ha il dono di tirare in porta.
Se studierà e prenderà sul serio la pittura, avrà
sicuramente un grosso avvenire. ”
CORRADO CAGLI
( da Il giornale d'Italia – 19 aprile 1975 )

1975
(presentazione al catalogo mostra personale La Bohème)
Paolo Medici si presenta giovanissimo alla sua prima personale dopo aver partecipato ad interessanti collettive di pittura e di grafica, alla proposta per un nuovo manifesto politico, alla illustrazione di un libro di poesie.
Un artista indubbiamente in formazione e per molti aspetti sotto l'influsso dell'opera di Corrado Cagli, ma dotato di particolare sensibilità di immaginazione e di colore nell'ambito di forme fantastiche e simboliche, si da intravedersi sviluppi per l'avvenire.
Una forza istintiva che un giorno, penso, sarà sempre più meditata in una dimensione creativa.
Un linguaggio che esplori entro una raffigurazione astratta le sue possibilità poetiche.
Una visione condotta al di là di ogni prevedibilità della forma, capace di attingere attraverso le stimolazioni dei tessuti dell'inconscio ai repertori di una fantasia naturalistica e surreale dove una presenza umana è nella stessa ipotesi di generazione delle forme.
Nella mutuazione tra composizione formale e superficie della tela un vibrare generoso ed eclatante della struttura cromatica,proprio del temperamento di un giovanissimo in cui le emozioni non possono essere quelle della maturità.
Altrimenti il cammino sarebbe già compiuto
ARTURO BOVI